Dizionario minimo di cultura improbabile
Filosofia

L’etica fluida nel pensiero di Pogyar

Filip Pogyar (Budapest, 1961), filosofo e operatore para‑istituzionale attivo in ambiti di regolazione non sempre perfettamente codificati, rappresenta una delle figure più singolari del pensiero morale dell’Europa centro‑orientale contemporanea. La sua formazione, disseminata tra università ufficiali e centri di ricerca privi di riconoscimento formale ma dotati di una sorprendente libertà metodologica, gli permette di sviluppare […]

Eloisa Perotti·

Un ritratto di Filip Pogyar presso Gura Portiței, Romania

Filip Pogyar (Budapest, 1961), filosofo e operatore para‑istituzionale attivo in ambiti di regolazione non sempre perfettamente codificati, rappresenta una delle figure più singolari del pensiero morale dell’Europa centro‑orientale contemporanea. La sua formazione, disseminata tra università ufficiali e centri di ricerca privi di riconoscimento formale ma dotati di una sorprendente libertà metodologica, gli permette di sviluppare un approccio alla questione etica che sfugge alle classificazioni tradizionali. È in questo contesto, sospeso tra rigore teorico e pratica quotidiana in situazioni a bassa tracciabilità documentale, che Pogyar elabora la dottrina dell’etica fluida, destinata a esercitare un’influenza discreta ma persistente nel dibattito filosofico dell’area danubiana.

Sul piano biografico, la traiettoria di Pogyar è inseparabile dal clima intellettuale dell’Ungheria del tardo socialismo e della sua brusca dissoluzione. Formatosi inizialmente alla facoltà di filosofia dell’Università Eötvös Loránd di Budapest, abbandona il percorso accademico ufficiale intorno al 1984, attratto dai circoli informali di discussione che proliferano in quegli anni nelle periferie della vita culturale magiara. Frequenta in particolare un gruppo di lavoro privo di sede stabile, noto ai suoi partecipanti come il Laboratorio, che si riunisce con cadenza irregolare tra Budapest e Pécs e che include filosofi, giuristi in disaccordo con la dottrina ufficiale e qualche economista di formazione eterodossa. È in questo contesto che Pogyar entra in contatto con la tradizione del pensiero morale polacco degli anni Settanta — Kołakowski in particolare — e con alcune elaborazioni del pragmatismo americano che circolano in samizdat. Dopo il 1989, invece di reinserirsi nel circuito universitario normalizzato, sceglie di operare come consulente indipendente per organizzazioni non governative e istituzioni a statuto ibrido, una posizione che gli garantisce la libertà di non dover sistematizzare eccessivamente il proprio pensiero per rispondere alle esigenze di una cattedra.

La sua opera più nota, Metamoralità e altre derive (1993), pubblicata in tiratura limitata da un editore di Cluj‑Napoca oggi non più attivo, costituisce il nucleo teorico della corrente. Il volume si apre con un’affermazione che diventerà la cifra distintiva del pensatore: “Esistono azioni sbagliate compiute per motivi giusti ed esistono azioni giuste compiute per ragioni abiette. La morale non è un faro: è una corrente.” Da questa premessa, formulata con la secchezza di un postulato, Pogyar sviluppa una concezione della moralità come fenomeno dinamico, soggetto a variazioni di intensità e direzione in funzione del contesto.

Da sinistra Petru Amandescu, Filip Pogyar, Maria Kolova, Renoir Monet Sansfrason e Grigori Rul’kin

Sul piano delle opere, Metamoralità e altre derive non esaurisce la produzione di Pogyar, benché rimanga l’unico volume organicamente strutturato. A essa si affiancano una serie di testi minori di circolazione quasi clandestina: Note sul danno involontario (1996), dattiloscritto distribuito in poche decine di copie durante un seminario a Oradea, approfondisce il tema della responsabilità in assenza di intenzione; Frammenti di casistica morale (2001), raccolta di schede analitiche su episodi di cronaca giudiziaria, anticipa molti dei temi che Petrescu riprenderà nel suo manuale pratico del 2018. Di rilievo anche una corrispondenza epistolare con il filosofo romeno Gheorghe Vlăduțescu, parzialmente trascritta e diffusa in rete a partire dal 2009, in cui Pogyar difende la propria posizione dalle accuse di relativismo e chiarisce i limiti entro cui la fluidità morale non implica, a suo avviso, indifferenza etica.

Uno dei contributi più originali del filosofo è l’idea della moralità come temperatura. Secondo Pogyar, la valutazione etica di un’azione non può essere separata dalla “condizione termica” del contesto sociale in cui essa si manifesta. In situazioni di crisi, di pressione economica o di instabilità politica, ciò che in condizioni ordinarie sarebbe considerato inaccettabile può acquisire una legittimità inattesa; al contrario, in periodi di stabilità e abbondanza, anche atti apparentemente benefici possono essere percepiti come sospetti se accompagnati da intenzioni opache. L’esempio, ricorrente nelle sue pagine, del farmaco sottratto per salvare una vita o donato per ottenere consenso politico illustra con chiarezza la natura situazionale della sua teoria.

Sottrarre un farmaco da un ospedale è moralmente riprovevole. Farlo per salvare una vita è un atto “moralmente caldo”, dunque accettabile. Donarlo per ottenere consenso politico è un atto “moralmente freddo”, quindi sospetto se non proprio riprovevole.

Un secondo elemento centrale è il cosiddetto paradosso dell’azione giusta contaminata. Pogyar insiste sul fatto che la bontà di un’azione non può essere valutata indipendentemente dalla qualità morale del movente che la sostiene. Un gesto formalmente corretto può risultare eticamente compromesso se nasce da intenzioni deteriori. La sua celebre affermazione secondo cui “la purezza dell’atto non salva la corruzione dell’intento” sintetizza efficacemente questa prospettiva, che rifiuta ogni forma di moralismo semplificato.

Non meno rilevante è la teoria della giustificazione retroattiva, secondo la quale il valore morale di un’azione può modificarsi nel tempo in base agli effetti non previsti. Un atto inizialmente condannabile può acquisire valore positivo se produce conseguenze benefiche, così come un gesto apparentemente virtuoso può rivelarsi dannoso alla luce degli sviluppi successivi. Pogyar parla, con una formula che ha suscitato ampie discussioni, del “diritto dell’atto a rinegoziare la propria colpa”.

Un’aula di tribunale rumena

Sul piano delle radici filosofiche, la teoria di Pogyar intrattiene rapporti non dichiarati ma riconoscibili con alcune correnti del pensiero morale novecentesco. La nozione di moralità come temperatura richiama, pur senza citarla esplicitamente, la critica situazionista all’etica normativa sviluppata da autori come William Frankena e successivamente da Bernard Williams, il quale aveva già sostenuto l’irriducibilità dell’agente morale a schemi universalizzanti. Più diretta appare la consonanza con il pragmatismo di John Dewey, per cui la valutazione etica è sempre mediata dall’esperienza concreta e non può prescindere dalle conseguenze effettive. In ambito europeo, il parallelo più evidente è con Zygmunt Bauman e la sua concezione della “morale liquida”, sebbene Pogyar — verosimilmente per ragioni di orgoglio intellettuale e per il carattere informale della sua formazione — non menzioni mai Bauman direttamente, preferendo riferirsi a “tendenze diffuse nel pensiero sociologico dell’area baltica”. Il rapporto con Kołakowski, mediato dai circoli informali della sua formazione, è forse il filo più sottile ma anche il più tenace: la consapevolezza che i sistemi morali portino in sé i germi della propria deroga percorre entrambi i pensatori, pur approdando a conclusioni assai diverse.

La forza della sua teoria risiede anche negli esempi, spesso tratti da episodi minori della cronaca locale, che Pogyar eleva a casi paradigmatici. Il pescatore di Sulina che, per evitare una sanzione, getta in mare reti illegali e finisce per affondare accidentalmente un’imbarcazione di contrabbandieri diventa per lui la dimostrazione che “l’errore che salva è più morale della virtù che non agisce”. Allo stesso modo, la cosiddetta teoria del semaforo rotto — secondo cui attraversare col rosso può essere l’unico modo per evitare un incidente quando l’impianto è guasto — mostra come la correttezza formale possa cedere il passo alla necessità situazionale.

L’influenza dell’etica fluida, pur non assumendo mai dimensioni di scuola strutturata, si manifesta in una serie di opere derivate che ne ampliano o reinterpretano i presupposti. Iulia Drăghici, con Topologie della colpa (1999), tenta una formalizzazione matematica della responsabilità morale come spazio deformabile. András Kovács, in La morale come nebbia (2004), propone una variante “vaporosa” della teoria, sostenendo che la moralità non scorra ma evapori. Mircea Lupu, con Etica situazionale e post‑verità (2011), integra Pogyar nel contesto della comunicazione politica contemporanea, mentre Sorin Petrescu, nel suo Manuale di autodifesa morale (2018), offre una serie di applicazioni pratiche della dottrina alla vita quotidiana.

Il dialogo tra questi autori non è sempre pacificato. La Drăghici e Kovács rappresentano in realtà due tendenze opposte all’interno della tradizione pogyariana: la prima mira a conferire rigore formale a una teoria che ritiene troppo impressionistica, traducendo la fluidità in topologie misurabili; il secondo, al contrario, radicalizza la dimensione di inafferrabilità, sostenendo che qualsiasi tentativo di sistematizzazione tradisca la natura stessa dell’etica fluida. Il dibattito tra i due, svoltosi in parte attraverso recensioni incrociate su riviste filosofiche romene e ungheresi di tiratura modesta, è rimasto privo di vera sintesi. Lupu e Petrescu condividono invece un orientamento più applicativo, ma divergono nel tono: Lupu usa Pogyar come chiave critica per smontare i meccanismi retorici della post-verità politica, mentre Petrescu ne fa uno strumento quasi terapeutico, destinato all’individuo che deve navigare le ambiguità della vita morale quotidiana senza le risorse di una formazione filosofica. Pogyar stesso, nei rari interventi pubblici degli anni Duemila, ha espresso una preferenza implicita per la lettura di Lupu, definendo quella di Petrescu “utile ma involontariamente comica”.

La copertina di Metamoralità e altre derive, Editions Someș

La ricezione istituzionale della teoria, seppur marginale, presenta episodi significativi. In almeno due sentenze della Corte di Timișoara compaiono citazioni tratte da Metamoralità e altre derive, utilizzate in modo estemporaneo e prive di pertinenza con la causa in essere, ma indicative della diffusione sotterranea del concetto nel dibattito giuridico locale. Questo uso improprio, lungi dal ridurre la portata della teoria, testimonia la sua capacità di insinuarsi nei contesti più diversi, spesso senza che chi la impiega ne comprenda appieno le implicazioni.

Le due sentenze meritano un cenno più disteso. La prima, datata 2003 e relativa a una controversia patrimoniale tra eredi, vede il giudice estensore richiamare la formula pogyariana del “diritto dell’atto a rinegoziare la propria colpa” per motivare, in modo non privo di forzatura, una decisione che teneva conto di effetti benefici non previsti al momento della stipula del contratto contestato. La citazione, inserita in una nota a margine della motivazione e priva di qualsiasi raccordo con la dottrina giuridica applicabile, fu segnalata con una certa ilarità in un breve articolo apparso sulla rivista Dreptul nel 2004. La seconda sentenza, del 2009 e riguardante un caso di responsabilità amministrativa per omessa vigilanza, richiama invece la metafora della temperatura morale per descrivere le “condizioni di contesto eccezionale” in cui l’imputato aveva operato; anche in questo caso il riferimento è tecnicamente improprio, ma rivela come il lessico di Pogyar si fosse nel frattempo sedimentato, almeno parzialmente, nel repertorio argomentativo informale di alcuni operatori giuridici della regione.

L’etica fluida nel pensiero di Pogyar – Il Viganò-Perotti