Qun e Xing: due dinastie possibili di imperatori cinesi scaduti
Lettura critica del saggio di John John Willibord‑Castlestein Nel numero 40 del 2006 della rivista Review of Past Future History, John John Willibord‑Castlestein pubblica un saggio che merita un’attenzione particolare per la sua audacia metodologica e per la disinvoltura con cui tratta materiali inesistenti come se fossero canonici. L’autore affronta un periodo oscuro della storia […]

Alcune delle statuette rinvenute nel sito archeologico di Jianmang Ti’an
Lettura critica del saggio di John John Willibord‑Castlestein
Nel numero 40 del 2006 della rivista Review of Past Future History, John John Willibord‑Castlestein pubblica un saggio che merita un’attenzione particolare per la sua audacia metodologica e per la disinvoltura con cui tratta materiali inesistenti come se fossero canonici. L’autore affronta un periodo oscuro della storia cinese, quello che la storiografia ha battezzato “Sette Regni e Venti Re”, collocato tra il 216 e il 574 d.C. in una regione marginale della Cina occidentale.

La cartografia di Jianmang Ti’an redatta da Gill, Cooper e Baber.
Secondo l’autore, i primi a scrivere della regione furono gli esploratori britannici Gill, Cooper e Baber, nel 1878, ma ne parlarono in termini estremamente fumosi e incerti, e pur dandone un’indicazione geografica corredata di mappa cartografica apparentemente dettagliata, nessuno è mai riuscito ad arrivarci oltre a loro, rafforzando la convinzione di scettici e detrattori che i tre avessero inventato tutto.
Sulla scia dei tre esploratori, nel suo saggio, Willibord‑Castlestein insiste sul carattere anomalo di quest’area, identificata con il nome di Jianmang Ti’an, che a differenza del resto della Cina non ha lasciato alcuna documentazione: nessun annale, nessuna stele, nessun editto, nessuna testimonianza sulle sue usanze, sulle sue guerre, sui suoi sovrani o sul suo sistema politico. Una lacuna che, per un paese che ha costruito la propria identità sulla registrazione minuziosa di ogni evento, rappresenta un’anomalia quasi scandalosa.
È a questo punto che il saggio compie il suo salto metodologico. Willibord‑Castlestein sostiene di aver potuto ricostruire la vita quotidiana di Jianmang Ti’an grazie alla scoperta di circa un migliaio di piccole statue, rinvenute durante un viaggio nella regione, oggi ricoperta da una vegetazione così fitta da impedire qualsiasi ricognizione visiva. Le statue, descritte con un entusiasmo quasi etnografico, raffigurano un’intera città in miniatura: un fornaio intento a cuocere pane di riso (qui Castlestein si lascia andare anche ad una digressione gastronomica sul Great Wall Restaurant della 5th Avenue), l’anziana mendicante Tian Xin Mei seduta su un ceppo di salice, il re Qun Wuxi nell’atto di ordinare l’incendio delle capanne di legno disseminate nel territorio.
Ma il gruppo scultoreo più sorprendente — e quello che permette a Willibord‑Castlestein di battezzare l’intera scoperta come “Chinese Christmas Chib” — è una sorta di Sacra Famiglia cinese. Lontano dal centro della città miniaturizzata si trova una capanna che ospita tre figure: Ju Xe Ping, Ma Ring e il piccolo Ji Sung. Di fronte a loro, tre re stranieri dai tratti inequivocabilmente indiani offrono oro, incenso e mirra.
Il parallelismo con la Natività cristiana è talmente evidente che l’autore formula una serie di domande che meritano di essere riportate: chi erano queste persone? Perché una regione remota della Cina avrebbe rappresentato l’episodio più celebre del cristianesimo? Il leggendario Prete Gianni è davvero esistito? Ha forse colonizzato e convertito una parte della popolazione cinese? E Confucio? Era davvero una sorta di Babbo Natale orientale?

Il “Chinese Christmas Chib”
Il saggio si chiude con la promessa — più editoriale che scientifica — di affrontare tali interrogativi nel numero successivo della rivista. Una promessa che, tuttavia, non verrà mai mantenuta. Il numero 41 di Review of Past Future History non vide infatti la luce: la casa editrice, che pubblicava la rivista con cadenza biennale, fu travolta in pieno dalla crisi dei mutui subprime del 2008 e costretta a cessare ogni attività. L’interruzione improvvisa delle pubblicazioni lasciò in sospeso non solo le risposte annunciate da Willibord‑Castlestein, ma l’intero progetto editoriale che avrebbe dovuto accompagnarle.
Lo stesso Willibord‑Castlestein, colpito dalla chiusura della rivista e forse già stanco della crescente attenzione — o diffidenza — che il suo saggio aveva suscitato, si ritirò a vita privata. Le poche notizie certe che lo riguardano dopo il 2008 parlano di un tentativo, fallimentare e quasi patetico, di dedicarsi all’apicoltura nel Mojave orientale. Le sue api, secondo le rare testimonianze raccolte, non prosperarono mai: un dettaglio che la critica ha spesso interpretato come metafora involontaria della sua intera carriera intellettuale.
Ad oggi, nessuno è ancora riuscito a ritrovare il Jianmang Ti’an descritto nel saggio. Nonostante numerose spedizioni, ricerche indipendenti e tentativi di localizzazione basati sulle indicazioni — spesso contraddittorie — fornite dall’autore, la regione rimane invisibile, avvolta da una vegetazione impenetrabile o, più probabilmente, dalla sua stessa natura immaginaria. A chi gli ha chiesto negli anni successivi di indicare almeno un punto di partenza, Willibord‑Castlestein ha sempre risposto con la stessa formula, tanto disarmante quanto definitiva:
«Non so, non ricordo».
Letto oggi, il testo di Willibord‑Castlestein non colpisce per ciò che afferma, ma per il modo in cui lo afferma. L’autore tratta un materiale inesistente con la sicurezza di un sinologo consumato, alternando osservazioni archeologiche a divagazioni culinarie, e costruendo un intero apparato storico su un ritrovamento che nessun altro ha mai visto.
Il risultato è un esempio perfetto di storiografia ipotetica performativa: non si limita a descrivere un passato immaginario, ma lo produce attraverso la propria stessa narrazione.