Dizionario minimo di cultura improbabile
Musica

Breve storia del SedanoRap – Dalla crisi generazionale alla ricomposizione estetica

Il SedanoRap è un sottogenere del rap italiano nato dall’intersezione tra cultura gastronomica e scrittura ritmica. La sua caratteristica fondamentale è la durezza del gesto tecnico, mutuata dalla disciplina della cucina professionale, unita a una sorprendente versatilità semantica che permette di trasformare ingredienti, utensili e processi culinari in figure retoriche, simboli emotivi e strutture narrative. […]

Gabriele Partinico·

Masterchef MC e DJ Lonza in una sfida beatbox accanto ai Navigli a Milano (2018)

Il SedanoRap è un sottogenere del rap italiano nato dall’intersezione tra cultura gastronomica e scrittura ritmica. La sua caratteristica fondamentale è la durezza del gesto tecnico, mutuata dalla disciplina della cucina professionale, unita a una sorprendente versatilità semantica che permette di trasformare ingredienti, utensili e processi culinari in figure retoriche, simboli emotivi e strutture narrative. La sua evoluzione recente era segnata da una frattura interna che aveva ridefinito i confini del genere, culminando nella ricomposizione operata da Mantecatto e nell’ascesa di Nouvelle Cousin.

La figura centrale della prima fase è MasterChef MC (meglio noto come MC MC), pseudonimo di Ramiro DeSaiuno. Nato a Torino nel 1975, DeSaiuno è stato uno chef stellato di fama nazionale. La sua carriera gastronomica si è interrotta bruscamente in seguito a un fallimento finanziario e a una serie di controversie professionali che lo hanno portato a lasciare la ristorazione. Il passaggio alla musica è avvenuto come tentativo di trasporre la disciplina della cucina in un nuovo linguaggio. La sua poetica si fondava sulla precisione del gesto, sulla scansione ritmica che imitava il taglio, la riduzione, la cottura, sulla convinzione che la tecnica fosse un valore assoluto e che la cucina fosse un modello di rigore applicabile alla scrittura. L’album manifesto di MC MC e dell’intera scena è “Impiatta-mento”, che qualcuno ha definito l’Illmatic del SedanoRap. Le tracce alternavano durezza a precisione chirurgica: ogni pezzo era costruito come una ricetta: l’intro era la mise-en-place, le strofe erano la cottura lenta, il ritornello era l’impiattamento, il bridge la grattata di scorza di limone per decorare e insaporire.

Ma il salto di qualità del SedanoRap avvenne con Mantecatto, al secolo Roberto Cattelan, rapper iserniese che si era formato sulla scena dei contest rap di lavapiatti nella periferia milanese. Dal sound cupo e rarefatto, il suo primo disco “All’onda” era caratterizzato da una cifra stilistica notevole: flow morbido e scorrevole, beat fatto di suoni bassi come di pentole che sobbollivano, i suoi testi parlavano di equilibrio, pazienza, calore umano controllato, mai passionale. Mantecatto aveva dato al genere un’impronta più matura, quasi autoriale.

Mantecatto per strada a Torino

E a completamento, non possiamo non citare La Brigata, inventori di un sottogenere nel sottogenere: il Chip-hop. L’album eponimo del genere denota il loro posizionamento sulla scena come boyband fuori tempo massimo, calata in un contesto totalmente avulso dalle sonorità, dallo stile e dai testi delle boyband classiche. Come vedremo più avanti, La Brigata è nata con lo scopo dichiarato di cavalcare l’onda, non di dare un contributo culturale serio.

Per un momento è sembrato che anche il noto rapper senigalliese Fabri Fibra volesse inserirsi nella scena SedanoRap, come si evince da alcuni passaggi dei suoi testi tipo le citazioni a Masterchef e Alessandro Borghese in alcuni suoi testi e video, nonché il fatto che lo stesso Fabrizio Tarducci ha iniziato i suoi passi nel mondo della cucina come lavapiatti.

Il dissing tra MC MC e Zest.

L’arrivo di Zest introdusse un elemento di discontinuità. Più giovane, più concettuale, più orientato alla botanica che alla cucina calda, Zest propose una poetica fondata sulla crescita, sulla trasformazione vegetale, sulla fragilità delle foglie e sulla possibilità di far coincidere la musica con un ecosistema. Irrompendo con l’arroganza inconsapevole dei giovani, Zest si scontrò subito con l’autorità, fin qui riconosciuta, ma di fatto autodichiarata, di MC MC.

La tensione tra i due esplose con Dalla padella alle brache, brano in cui il rapper torinese attaccava in maniera neanche tanto velata il giovane riminese, considerandolo un diluitore, uno che “sfuma senza sfumare”, che annacqua, che usa il lessico culinario senza averne mai vissuto la disciplina. La risposta di Zest non si fece attendere e a stretto giro rilasciò Culi in aria, ritratto dissacrante e irriverente del passato che fu, in cui si segnala in particolare il seguente verso:

Frughi nel frigo
te ne freghi di figa
fuga dai fuochi
che affumicano coi faggi
pochi personaggi nei paraggi
che pagano pedaggi a cuochi
che a stento sanno affettare i formaggi

Zest, Culi in aria

Si tratta di un attacco diretto alla credibilità professionale di MC MC, il quale viene accusato di una cucina sterile, senza vita, senza desiderio, senza mondo. È un colpo basso, ma non alla cieca: Zest lo accusa di essere sostanzialmente ossessionato dal controllo. Ma non solo: lo accusa di non reggere più il confronto, di essere diventato un teorico, non un cuoco. Intorno ha una cerchia (“pochi personaggi nei paraggi”) di yes-men che lo proteggono e lo isolano. È un attacco alla sua autorevolezza sociale, oltre che tecnica.

Un fuoco che aveva iniziato a divampare senza che nessuno vi gettasse sopra acqua, ma solo altra benzina. E direttamente con la pompa in mano arrivò proprio MC MC, con Stalle Michelin, brano in cui l’ex chef rispose rima per rima affermando la forza della tradizione:

Stalle Michelin, Stalle Michelin
Da performer a spalla, come Francesca Michielin
un bicchiere di vin, senza cin cin
e sei già carponi come Rintintin
devi mangiarne panin
in rima
prima
di sboccare
parole vane
vai in culo più del tuo culo in aria
non conosci un tubero della tecnica culinaria

MC MC, Stalle Michelin

Tra riferimenti pop e colpi bassi, MC MC si confermava il maestro del genere. Non per niente ne era il fondatore. Il riferimento a Francesca Michielin è chirurgico: sostanzialmente dice al suo rivale che – così come la cantante uscita da X-Factor ha fatto una carriera calante, finendo per diventare complemento della trasmissione che l’ha lanciata – così Zest, agli occhi del guru del SedanoRap era visto come uno che si credeva protagonista, ma finiva per fare da cornice agli altri. Con queste barre, il rapper aveva voluto lanciare un messaggio forte e chiaro: non mi abbasso al livello dell’insulto generico; non cerco rime facili, non faccio cooking show. Per MC MC, il SedanoRap è disciplina, non improvvisazione acida.

Tutti si aspettavano che Zest rispondesse, ma rimasero sorpresi nel vedere che il giovane rapper incassò invece il colpo, uscendo qualche mese dopo con l’album “Vasocultura“, un vero e proprio manifesto della sua poetica e della visione del genere. Il primo singolo omonimo aveva raccolto tiepidi apprezzamenti dalla critica, ma feroci attacchi proprio da MC MC, che aveva infierito quando il suo stesso avversario sembrava voler chiudere la questione ignorandolo. Anche DJ Lonza si unì al coro delle stroncature, sottolineando che il primo singolo omonimo del disco fosse solo forma e niente sostanza, l’equivalente di chi parla forbito per darsi un tono, pur avendo studiato alla Scuola Radio Elettra. MC MC aveva addirittura definito il singolo come “un piatto di patate lesse con il Manzotin, con sopra una spruzzata di aceto balsamico di Modena IGP per darsi un tono”.

Ma per Zest, Vasocultura era un progetto che nel titolo stesso dichiarava l’intenzione di trasformare la vasocottura in metafora culturale. L’idea di coltivare musica in un contenitore ermetico, di farne crescere la densità concettuale, rappresentava un allontanamento deciso dalla cucina come gesto fisico. Il disco era il tentativo di spostare il SedanoRap fuori dalla cucina, verso un territorio più astratto. Tecnicamente, il singolo è pieno di metriche incrociate, allitterazioni crudiste, cambi di tempo, layering vocale quasi da IDM. Insomma, con “Vasocultura”, Zest voleva dimostrare di non essere solo scorza, ma anche struttura.

Lontana da tutte queste faide, La Brigata, invece, consolidò la propria identità popolare con Pappers Delight, uscito più o meno nello stesso periodo. Il brano era orientato alla viralità, caratterizzato da una scrittura immediata e da un uso esplicito dell’immaginario gastronomico. Nessun riferimento al dissing che stava rischiando di fagocitare la scena, ma solo una presa di coscienza su cosa volessero essere loro, nei versi:

facciamo grana come il padano,
più liquidi del parmigiano in una fonduta
l’hai riconosciuta? è la carne cruda
in una battuta di fassona
senti come suona la canzonA
dei fratelli di Sulmona

La Brigata, Pappers delight

Da questa strofa si evince il loro marchio di fabbrica: giochi di parole semplici, ma efficaci. “facciamo grana come il padano” è un classico: zero raffinatezza, zero tecnica, 100% furbizia. Nei loro testi spicca l’immaginario culinario immediato, quello che chiunque abbia visto anche solo mezza puntata di “In cucina con Benedetta” potrebbe riconoscere. La Brigata non cercava la complessità, ma la presa sul pubblico. Facevano canzoni buone per i balletti su TikTok, con lo scopo – esplicitamente dichiarato – di fare soldi.

Il gelo in una stanza

La tensione tra MC MC e Zest raggiunse il suo apice con Il gelo in una stanza, brano in cui Zest campionò il celebre incipit della canzone di Gino Paoli, trasformando l’immagine di una stanza che si dissolve in un paesaggio naturale in una riflessione sulla perdita e sulla trasformazione del gesto culinario in gesto emotivo. Su quel materiale Zest costruì una sezione originale che rappresenta uno dei momenti più maturi della sua poetica:

Quando sei qui con me
questa stanza non ha più pareti, ma alberi
alberi infiniti…
e uso le loro foglie per placare le mie voglie
di insalate crude e spoglie fermo sulle soglie
del rispetto verso il talento dei colleghi
che cuocendo mi hanno preceduto
e succeduto
ho spremuto
lacrime di limone
da questi occhi languidi
su pagine di cartone
in questi brodi sapidi
Non capiti mai da queste parti
vorrei farti un piatto che ricordi
quando ci siamo incontrati sotto i portici
erano vortici di passione come quando
Si cucina in due intorno ai fuochi
ora ne sono rimasti pochi,
questa cucina è una ghiacciaia
e con un colpo di mannaia alla schiena hai lasciato il gelo in una stanza

Zest, Il gelo in una stanza

Il campionamento de “Il cielo in una stanza” era un chiaro omaggio all’artista ligure che era da poco scomparso. Si trattò di un atto di appropriazione culturale consapevole e di posizionamento artistico: non più nicchia musicale, ma vera e propria cultura italiana. Zest voleva fare il salto di qualità. La trasformazione del “cielo” in “gelo” ribalta il senso originario del brano di Paoli: chiusura, invece di apertura; freddo relazionale, invece di calore emotivo; abbandono, invece di fusione. Quello fatto dal rapper riminese è un gesto d’autore, più che un esercizio di stile. Con questo testo, Zest voleva chiudere definitivamente la questione – da qui il riferimento al talento dei colleghi che lo hanno preceduto – senza citare direttamente il suo avversario, e dire – in modo elegante – “non sono io quello che sta mancando di rispetto”.

Ma la risposta di MC MC non si fece attendere, e prese una forma singolare: un singolo synthwave quasi interamente strumentale. La scelta di sospendere la parola per tre minuti e cinquantuno secondi rappresentò un gesto critico radicale. Solo nel finale la voce dell’artista intervenne con quattro versi che assunsero la funzione di verdetto:

Ora so ora so soltanto questa cosa
Ora ho ora ho soltanto una certezza
Non eri come l’aglio rosa
Ma soltanto la sua buccia gettata nella monnezza

MC MC, Enjoy the salad

Una mossa geniale e spietata allo stesso tempo: una risposta che non giocava più nel campo del rap, né in quello della cucina. Era un messaggio in codice, un gesto artistico, quasi un atto performativo. Il vuoto più totale per quasi quattro minuti, e poi la stoccata in quattro versi. Un exploit al limite del teatrale – inteso come teatro -, semiotica pura.

E fu proprio qui che la maturità di Zest emerse, lasciando i suoi avversari a cuocere nel loro brodo. In un’intervista rilasciata al critico musicale Guido Michelino si concretizzò la chiusura simbolica della disputa. Di fronte a domanda specifica se avesse intenzione di rispondere all’affronto di MC MC, l’artista riminese dichiarò: “Mah, Guido, ti dirò, credo che tutto quello che avevamo da dirci ce lo siamo detti. Io posso accettare che qualcuno non ami il mio stile e la mia tecnica e va bene così. Saranno i fan a scegliere. Credo che nella scena ci sia posto per tutti e certi insulti qualificano più chi li fa che chi li riceve. Quindi sono sereno e continuo a fare il mio. La mia carriera è appena iniziata, quella di qualcun altro forse è alla fine. Per la seconda volta, per altro: prima come chef e ora come cantante. Non ho nient’altro da aggiungere”. Senza mai nominare direttamente MC MC, gli lanciò una stoccata che risuona ancora oggi.

Di fatto questa intervista segnò non solo la chiusura di un dissing pluriennale, ma anche il lento declino della scena SedanoRap.

Burro&Salvia

La decadenza sembrava nelle cose, ma l’irruzione di Mantecatto con Burro&salvia modificò radicalmente l’assetto del genere. Il concept album si apriva con Intro, un assolo di percussioni eseguito dal noto percussionista greco Georgios Mastrotas su una batteria di pentole Mondial Casa. Il brano ricostruiva acusticamente il gesto culinario: il ritmo del coltello sul tagliere, lo sfrigolio del soffritto, la dinamica termica dell’olio caldo. Era un esempio di trasposizione sonora del lavoro di cucina, privo di parole e tuttavia densissimo di significato.

Sul dissolversi dell’assolo entrava Beur blanc, introdotto dalla voce della nuovissima promessa della SedanoRap, Nouvelle Cousine. La giovane artista, già affermata con il suo singolo La cugina francese, offriva un’apertura in lingua che definiva il bianco come spazio vivo, respirante, capace di illuminare ciò che tocca:

Le blanc n’est jamais vide : il respire, il attend, il éclaire tout ce qu’il touche.

La sua presenza in apertura sanciva la centralità della nuova generazione. Mantecatto rispondeva con una strofa che rielaborava il tema cromatico e termico:

Bianco come l’albume nelle uova sode
Le vedo bollire,
diventare
chiare
poi scure, se ci verso la salsa di soia
non mi passa la voglia di mangiare un amuse-bouche

Mantecatto ft. Nouvelle Cousine, Beur Blanc

Ma erano altre tre le tracce fondamentali di questo percorso tematico nella cucina italiana.

Oh my lard rappresentava il momento di maggiore espansione timbrica dell’album. La presenza di Fausto Papetti, figura storica del sax melodico italiano, introduceva un elemento di continuità con una tradizione musicale estranea al rap, ma perfettamente coerente con l’estetica di Mantecatto. Il brano si fondava su un dialogo tra il registro basso e viscoso del beat e la linea melodica del sax, che assumeva la funzione di un ingrediente aromatico aggiunto a una base grassa.

Il titolo, giocato sull’assonanza tra “lard” e “Lord”, suggerisce una riflessione sulla sacralità del grasso come elemento fondativo della cucina europea. La struttura del brano alternava sezioni strumentali estese a interventi vocali di Mantecatto, che utilizzava un flow rallentato, quasi meditativo, per riflettere sulla densità, sulla lentezza e sulla capacità del grasso di trattenere memoria termica. La collaborazione con Papetti non era un semplice omaggio, ma un’operazione di stratificazione culturale che collocava il SedanoRap in un dialogo con la musica strumentale italiana del secondo Novecento.

Con Stinco di santo veniva introdotta una dimensione diversa, più lirica e più orientata alla voce. La presenza di Annalisa, interprete nota per la precisione tecnica e la pulizia timbrica, permetteva a Mantecatto di esplorare un registro emotivo che fino a questo punto dell’album era rimasto implicito. Il titolo gioca sulla duplicità semantica dello “stinco”: parte anatomica destinata alla cottura lenta e, al tempo stesso, espressione idiomatica che rimanda alla moralità.

Il brano costruiva un parallelismo tra la trasformazione della carne attraverso la cottura e la trasformazione dell’identità attraverso l’esperienza. La voce di Annalisa, collocata su un tappeto armonico minimale, assumeva la funzione di un elemento di contrasto rispetto alla ruvidità del tema. Mantecatto interveniva con strofe che analizzavano la disciplina della cucina come forma di ascesi laica, mentre Annalisa restituiva la dimensione affettiva e vulnerabile del processo. Il risultato era un brano che ampliava il raggio semantico dell’album, introducendo una riflessione sulla fragilità come componente essenziale della tecnica.

La traccia conclusiva, Salviation, rappresentava il compimento del percorso concettuale dell’album. Il titolo fonde “salvia” e “salvation”, suggerendo una salvezza ottenuta attraverso la cucina, o più precisamente attraverso la capacità di trasformare la cucina in linguaggio critico. Il brano era costruito come un affresco impietoso del mondo delle cucine stellate, descritte come luoghi di disciplina estrema, gerarchie rigide, sacrificio personale e alienazione.

La produzione era asciutta, quasi industriale, con un uso insistito di suoni metallici che richiamavano il lavoro ripetitivo e meccanico delle brigate professionali. Mantecatto adottava un tono narrativo, quasi documentaristico, per descrivere la distanza tra l’immagine patinata dell’alta cucina e la realtà del lavoro quotidiano. La salvia, che nel titolo dell’album rappresenta l’elemento aromatico capace di dare identità al piatto, diventava qui simbolo di una possibile via d’uscita: un ritorno alla semplicità, alla misura, alla cura.

Salviation chiudeva l’album riportando il discorso al punto di partenza: la cucina come spazio di trasformazione, non come luogo di potere. Era una conclusione che non offriva una soluzione definitiva, ma apriva un orizzonte critico che ridefiniva il ruolo del SedanoRap come genere capace di interrogare la cultura gastronomica contemporanea.

Nouvelle Cousine

Una menzione a parte merita il successo di Nouvelle Cousine, determinato dal suo primo singolo La cugina francese, brano che parla del rapporto ai limiti dell’incestuoso tra Marco, un giovane livornese, e Amélie, sua cugina venuta da Oltralpe, il tutto metaforizzato in termini di cucina. Marco è un tradizionalista della cucina popolare livornese, tutto cacciucco e triglie, ma l’esuberanza di Amélie che gli fa assaggiare per la prima volta la sua escargot, lo travolge in pieno. Il pezzo ha suscitato scandalo, ma proprio per questo è risultato il più ascoltato degli ultimi mesi, vincendo tre dischi di platino.

L’ingresso di Mantecatto e l’ascesa di Nouvelle Cousine avevano ricomposto una scena frammentata. La disputa tra MC MC e Zest, pur significativa, era stata superata da una nuova fase in cui la cucina diventava linguaggio complesso capace di integrare tradizione, innovazione, sensualità, memoria e trasformazione. Il SedanoRap contemporaneo nasceva da questa sintesi.