Armando Vessilli e il ricalcolismo televisivo
Una genealogia estetica dell’imprevisto programmato Ci sono programmi televisivi che non solo lasciano il segno, ma segnano il lascito per le generazioni degli show successivi. Come Il Grande Fratello ha avuto i suoi epigoni, sempre più scadenti; come i quiz di Mike Bongiorno hanno dato il via a una serie infinita e spesso insulsa di […]

Una scena da “Ricalcola il percorso”
Una genealogia estetica dell’imprevisto programmato
Ci sono programmi televisivi che non solo lasciano il segno, ma segnano il lascito per le generazioni degli show successivi. Come Il Grande Fratello ha avuto i suoi epigoni, sempre più scadenti; come i quiz di Mike Bongiorno hanno dato il via a una serie infinita e spesso insulsa di emuli senza storia; così Ricalcola il percorso ha segnato un’epoca d’oro della televisione italiana, dando il via a un genere di show le cui imitazioni non si contano (e non solo perché non ce ne sono state).
Se ne parliamo oggi è perché il suo autore e conduttore, che l’ha presentato per ben dodici stagioni tra il 1992 e il 2004, è venuto recentemente a mancare all’età di novantatré anni. Stiamo parlando, ovviamente, di Armando Vessilli.

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Tra le figure più enigmatiche e, al tempo stesso, più influenti della televisione italiana del tardo Novecento e dei primi anni Duemila, Vessilli occupa un posto singolare: non tanto per la quantità dei programmi che ha condotto, quanto per la capacità di trasformare ogni apparizione in un laboratorio estetico. La sua figura, spesso liquidata come quella di un “mattatore televisivo”, merita invece una collocazione più precisa: Vessilli è il fondatore e massimo esponente del Ricalcolismo, una corrente televisiva che ha ridefinito il rapporto tra gioco, imprevisto e spettacolo.
Il Ricalcolismo prende il nome dal suo programma più celebre, Ricalcola il percorso, un ibrido impossibile tra Chi vuol essere milionario e Takeshi’s Castle, in cui i concorrenti erano chiamati a rispondere a domande di cultura generale mentre attraversavano percorsi a ostacoli che mutavano in tempo reale, “ricalcolati” da un algoritmo capriccioso e spesso vendicativo. La struttura del programma — un continuo slittamento tra ordine e caos — è stata interpretata dalla critica come una metafora della condizione contemporanea: l’illusione di un percorso lineare costantemente interrotto da deviazioni impreviste.
Un tratto distintivo, e forse il più crudele, del format era la presenza di domande di cultura generale di difficoltà spropositata, poste ai concorrenti nel momento di massima instabilità fisica. Non semplici quiz, ma quesiti da esame universitario avanzato, spesso mutuati da filosofia della mente, ingegneria biomedica o teoria dei sistemi complessi.
Celebre l’interrogativo apparso in una delle puntate più ricordate:
«Secondo la teoria della coscienza integrata (IIT), quale parametro quantifica il grado di integrazione informazionale di un sistema biologico complesso?»
Il tutto mentre il concorrente, bardato con un casco da cantiere, tentava disperatamente di evitare un martello di gommapiuma oscillante e una cascata laterale che lo travolgeva a intervalli irregolari.
La sproporzione tra la complessità della domanda e l’impossibilità materiale di rispondere costituiva il cuore del dispositivo vessilliano: un cortocircuito epistemico in cui il sapere più astratto veniva gettato nel caos più concreto.
Era, in fondo, la versione televisiva del paradosso di Zenone applicato alla cultura pop: la conoscenza come inseguimento impossibile, sempre un passo oltre la stabilità del corpo.
Vessilli, con il suo completo color crema, la erre arrotata e l’aria di chi sta sempre per rivelare un segreto che non rivelerà mai, incarnava perfettamente questa estetica dell’imprevisto programmato. Ogni puntata era un trattato di estetica applicata al disorientamento, un esercizio di manierismo televisivo che non si limitava a esibire la forma, ma la portava al punto di rottura. Non sorprende che tre parole — manierismo, imprescindibilità, ribollita — siano diventate il lessico critico della sua scuola.
La “ribollita del palinsesto”, come amava definirla, era la sua metafora preferita per descrivere il riciclo creativo dei format: “avanzi di idee rimessi a bollire finché non diventano tradizione”.
Perché Vessilli era un toscano verace, che esibiva una fiorentinità che non gli apparteneva, essendo nato a Foligno.
La critica televisiva ha spesso sottovalutato la portata teorica del Ricalcolismo, relegandolo a fenomeno pop. Ma una lettura più attenta rivela come Vessilli abbia anticipato molte delle dinamiche che oggi caratterizzano la televisione algoritmica: la centralità dell’imprevisto, la gamification dell’informazione, la spettacolarizzazione dell’errore, la costruzione di un pubblico che non guarda per sapere, ma per vedere cosa succede quando qualcosa va storto.
Il ritiro di Vessilli dalle scene, avvenuto in circostanze mai del tutto chiarite, ha contribuito a trasformarlo in una figura quasi mitologica. Le imitazioni non si contano, ma nessuna è riuscita a replicare quella miscela di sicurezza e spaesamento che era la sua cifra. Come spesso accade ai veri innovatori, Vessilli è diventato un genere a sé: non un conduttore, ma un metodo.
Oggi, a distanza di anni, il Ricalcolismo continua a essere oggetto di studi, tesi di laurea, retrospettive e tentativi di revival. Ma la sua forza rimane intatta: ricordarci che ogni percorso, anche quello televisivo, è sempre sul punto di essere ricalcolato.